Siamo nomadi creativi: come il movimento e la contaminazione sono fondamentali nella vita freelance

Secondo i dati Eurostat (riferiti al 2016) una persona su cinque in Italia ha svolto attività da freelance. Nel concetto di freelance, che per l’enciclopedia Treccani online è un professionista che non è vincolato da contratti esclusivi con società, centri organizzati, case editrici o ditte, ma svolge la sua attività in modo libero e indipendente, ci sono giornalisti, addetti stampa, pubblicitari, artisti, fotografi, consulenti, designer, grafici, traduttori, avvocati, commercialisti, meccanici, agricoltori, ecc.

Ma cos’hanno in comune tutte queste persone? Il movimento e la contaminazione, in due parole: il nomadismo creativo.

nomadi creativi nomadi digitaliLa creatività

Tutti i freelance sono creativi.
Quando parlo di creatività non intendo il saper decorare la parete del soggiorno con gli stencil, e nemmeno le suggestioni new-age sullo sviluppo personale. Quando parlo di creatività mi riferisco a una mentalità aperta, flessibile, che impara dagli errori e dai fallimenti – soprattutto dai fallimenti -, che dà una possibilità alle intuizioni, alle incoerenze, alle ambiguità, che esplora nuovi modi per risolvere i problemi e, come afferma Linda Fisher Thornton (ceo di Leading in Context e autrice di 7 lenses learning the principles and practices of ethical leadership), che scopre nuove regole che permettano di adattarsi all’inaspettato.

La creatività è un atteggiamento mentale che oggi, nel pieno dell’era digitale e di un mondo che è già cambiato, ci mantiene agili, flessibili e adattabili.
La creatività deriva dall’azione, dal movimento, dalla contaminazione.

Cosa ostacola la creatività
Annamaria Testa, sul suo blog Nuovo e Utile, scrive una lista dei sette più grandi ostacoli alla creatività, riprendendola da Andrew e Gaia Grant, gli autori del saggio Who killed Creativity?… And how can we get it back?:

1. Controllo eccessivo
2. Paura e ansia
3. Eccesso di pressione e di adrenalina
4. Isolamento e omogeneità
5. Assenza di motivazione e passione, apatia
6. Mentalità ristretta, schemi di pensiero ricorrenti e automatici, pregiudizi
7. Pessimismo

Sappiamo tutti, soprattutto noi freelance, che non possiamo controllare tutto: dobbiamo aprirci all’inaspettato e al cambiamento.

Combattiamo paure e ansie ammettendo che sbagliamo e falliamo, e che continueremo a farlo. Accettare i fallimenti è il primo passo verso la resilienza: dentro di noi abbiamo abbastanza determinazione da affrontare i nostri errori, ammetterli e ricominciare, ricostruendo la nostra storia giorno dopo giorno.

Ci sentiamo spesso sotto pressione, ma è il nostro atteggiamento mentale che ci permette di fermarci, di riflettere e di trovare il modo per equilibrare tempi ed energia.

Relazione e contaminazione

La relazione e la contaminazione fanno parte di noi freelance come l’aria che respiriamo: esponiamoci a persone, idee, eventi nuovi e sconosciuti e lasciamoci contaminare dalle suggestioni interessanti e positive. Se prestiamo attenzione e impariamo ad ascoltare, sapremo cogliere le opportunità che la vita ci offre.

Quando arriviamo al punto di odiare quello che facciamo, fermiamoci.
È il momento di riscoprire la passione che ci ha fatto arrivare fin qui, il desiderio che ci ha fatto lasciare il “posto fisso”, e ripartiamo da lì.
Ci sono spazi infiniti che aspettano solo di essere costruiti dalle nostre competenze esclusive.

Mettiamo da parte le nostre presunzioni, compresa quella di “sapere”: mettiamoci in ascolto, lavoriamo sul nostro linguaggio e sulle nostre credenze, sui nostri pregiudizi e sulle nostre risposte automatiche.
Dopotutto, come afferma Ernie Zelinski, la creatività è la gioia di non sapere tutto.
E, aggiungo io, di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo dalle altre persone.

Abbiamo scelto consapevolmente di diventare freelance, e quindi nomadi.
Credo sia stato un passaggio difficile per tutti noi, ma la forza interiore che ci ha spinti al cambiamento – esplosa in me dopo aver scoperto la teoria del What if, per cui ho cominciato a chiedermi che cosa succerebbe se? – è stata più forte del dubbio e dell’incertezza.

Cos’è la teoria del What if? Consiste nel chiedersi “cosa succederebbe se?”, partendo da ipotesi inconcepibili e forzando la risposta, fino a trovare risposte e opportunità impensabili nell’universo infinito delle possibilità. Per capire meglio il What if? – che, in sostanza, è la simulazione concettuale – andate a guardare la TED conference di Michael Pollan, giornalista e saggista americano.

Dicevo, l’abbiamo scelto noi di diventare freelance: io l’ho scelto per coniugare il lavoro che amo, scrivere, con la cura dei miei figli.
Diventando freelance ho anche scelto di essere una nomade creativa: qualcuno che va oltre ciò che già conosce per esplorare nuovi modi di vivere, di pensare, di lavorare, per muoversi e farsi contaminare, per diffondere conoscenza.

di Mariangela Campo

giornalista e copywriter 

@freelancenetworkIt

Per maggior informazioni  info@freelancenetwork.it

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